| FOGLIE - IV |
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| Scritto da Andrea Giampiccolo | |||||||||
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IV. Ti amo. L'azzurro talvolta si spiega in piccole gocce e piove. Ma stanotte non è possibile, il cielo non esiste e c'è lo stesso buio fra me e la malinconia: Non vedo più luce ma solo il silenzio, di quello che, spero, siano i baci delle stelle
Ha potessi vedere la sofferenza luminosa delle loro labbra, lame ficcate contro il cuore crudele del nulla, una via lattea ormai svanita: una costellazione spenta che morendo non grida più fuliggine e malinconie. E neanche io sento più il dolore del parto e del pensiero e mi manca il grido dell'Impiccaggione dentro, proprio ora che, facendo le valigie verso la ragione dell'uomo, sento meno la mia carne che fuma, sento solo la mia brace, erba e cimitero che grida per il suo mancato pasto e fosso. ----------------- Dispero mentre il cielo abbandona del tutto Milano al controllo della luce elettrica e dei lampioni sul marciapiede. Gli alberi ne parchi rimangono come un corpo estraneo, un tumore sull'asfalto pulito. "sono appeso alla malattia di questa città, e solo la febbre della diversità potrà allentarmi il laccio al collo e far ricircolare il sangue e la via lattea". E' proprio la malattia, che ci vive addosso, l'anima che ci cresce sulle ginocchia e ci racconta favole e piacevoli orrori, accarazzandoci con rughe e baci. Ricordo quando con il mio grembiule di malato correvo fra i corridori dell'ospedale e dell'infanzia. Ricordo quando abbagliato dal bianco delle pareti ho dato il mio primo bacio: talmente era bella che non posso ancora nei sogni non regalarle fiori e germi. La febbre mi ha guarito e come prima medicina ho ingoiato la notte e maledetto i sogni con il sudore dell'insogna. Nessuna donna mi ha baciato cosí intensamente, come l'alba sudata al mattino, fra le calde coperte dell'assenza, come il ghiaccio della falce fra le lacrime degli infermi. Milano ha una vita di cemento e spazzatura e tante cliniche private di dolore e fantasia, e anche gli alberi di questo parco sono matti: guardano le ventiquattrore in cappotto lungo e appoggiando il mento sulle proprie foglie borbottano un' espressione gialla d'autunno, E´ l`alba e via gíu i capelli, e la pazzia ed il freddo inizia ed io solitamente mi risveglio, al cadere delle foglie, fra le coperte calde dell'assenza Quando fa freddo, a Milano non si vede il cielo, solo l´anima degli alberi spogli. Sotto le luci dell'ospedale, le urla della sala parto, le corse delle infermieri con su la lettiga i nostri sogni agonizzanti e striscianti, come vermi malati, non piú esche per l'ingenua felicitá, ma semi della mia malinconia! Al primo piano una vecchietta tende la mano al nipote: su ogni ruga delle dita un mucchio di petali di margherita, su ogni macchia della pelle un bimbo non nato. Sul suo sorriso peró ogni anziano che ride, un mazzo di fiori per l`amore rinato, con scarpe da tennis ed un lieve odore di prato, vermi e concime. Al secondo piano la malattia visita un paziente e con sguardo severo ne annuncia la fioritura, mentre un medico con occhiali da sole vede solo il chiaro di luna e prescrive nuvole e crisantemi. Quando una persona ti bacia ti ammala, ti dona una ruga in piú e tanti petali di malinconia. Quando la malattia s'ínnamora, ti bacia, ti dona il quinto sorriso e tanti petali di malinconia Non riesci a contarli tutti, ma son tanti quante le vene che ti si ingrossano e rimani come uno strozzato ruscello fra le sponde del "muoio o non muoio", perché hai le vene ingrossate di petali di margherita. Quando una persona ti bacia le labbra e le interiora si sussurranno a vicenda: "muoio o non muoio". Adesso canto la filastrocca di una margherita e mi sfoglio dei miei petali mentre guardo dall'ultimo piano dell'ospedale il paesaggio e gli occhi riflessi della gente. Le alpi sullo sfondo sono la dentiera per il sorriso mancato di un gigante e il cielo è la gola che deglutisce gli sguardi. Chissà se esiste un dottore su questo piano che ha per pareti nuvole e per luce la mia fantasia? Avrá i denti grigi come la malattia o solo un profumo di alloro bollito? O forse somiglierá a questa corda morta che invidia il mio respiro. Appeso a questa corda mi sento come all´ultimo piano di un ospedale. Non c´é finestra che non sia un suicidio e non c´é una porta aperta che non sia un sorriso, ma le scale sono come la gola che deglutisce gli sguardi. L`unica salvezza é la malinconia, e lo sguardo di una rugosa fanciulla, che posa il ricordo della verginitá ,come una lettera di un amore morto, nel cassetto del comodino accanto alle medicine.
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| Ultimo aggiornamento Sabato 21 Gennaio 2012 18:30 |
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