| Il mio 61esimo festival di Locarno |
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| Scritto da Andrea Giampiccolo | |
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Incomincia così il mio personale festival di Locarno LA FORTERESSE di Fernand Melgar Il primo film riguarda un tema che noi italiano sappiamo ignorare molto bene, ovvero i centri di accoglienza per stranieri. Il film e' in realta' un documentario sullo stato di questi istituti svizzeri e sui loro problemi quotidiani. Un signore accanto a me mi fa notare che negli scorsi anni una politica estremamente chiusa ha fatto si che la speranza della maggior parte dei richiedenti asilo si infrangeva sulla burocrazia e su no inapellabili. A prescindere dalla veridicita', tuttavia il documentario narra sia il punto di vista degli accolti in attesa del visto sia quello degli impiegato del centro. La svizzera e' una fortezza, e anche questo centro e' una fortezza che gli impiegati difendono come soldati. Non c'e' in loro quell'indifferenza/odio che spesso sento qui in italia verso gli stranieri, ma in loro c'e' uno sguardo allucinato dai racconti di violenza e dalle bugie disperate o tentate. Loro e gli stranieri sono come due mondi che tendono a toccarsi, sempre separati dal vetro antiproiettile delle guardiole o degli uffici. Estenuante l'insistenza negli interrogatori sui fatti di sangue privati dei richiedenti asilo politico o sulle bugie della speranza. Commovente il silenzio del prete di fronte ai racconti di violenza, e la sua capacita' di parlare solo per far recitare preghiere ai bambini. Il centro e' la metafora del nostro benessere preso in assalto da gente che per armi ha solo il dolore. Chi ha veramente le armi per uccidere entra dalla porta d'ingresso...
Le prime immagini del film mi creano un amaro in bocca. Sono inquadrati vecchietti presi nella loro vita quotidiana, capello spettinato e maglietta del momento su di un corpo una volta robusto ma adesso tendente al flaccido. Le scritte di presentazione di ogni personaggio sono come dei macigni, tutti ex brigate rosse o vicini agi principali esponenti e quasi tutti attualmente con incarichi dirigenziali nei sindacati o nella cosa pubblica. I pochi rimasti senza lavori di prestigio, sono quelli che toccano invece le corde della compassione, la loro passione politica sembra piu' ingenua e vera. L'amaro in bocca non passa. Il film comincia a spiegare le condizioni storiche e sociali del dopoguerra e l'impeto rivoluzionario, dei partigiani armati, poco sazio dopo la "restaurazione" repubblicana. Realistica e' la descrizione del comportamento del partito comunista consapevole delle sue frangi armate, ma fedele alla costituzione. Infatti Il Pc cova dentro di se i vari movimenti e li appoggia se non alla luce del sole, almeno con la propria organizzazione logistica per quanto permesso dall'opinione pubblica e dall'opportunita politica immediata. Nel film e' come se si arrivasse alla conclusione, che a me non e' sembrata una giustificazione, dell'incapacita'/mancanza di volonta' da parte della dirigenza comunista di integrare nella dialettica fattiva e non armata queste frange; come se gli accadimenti repressivi e filofascisti dell'immediato dopoguerra ne giustificassero la presenza, anche se ai margini del partito. Che poi si faccia luce sul nostro passato attraverso gli occhi pieni di malinconia di anziani terroristi e' un fatto discutibile ma rimane un fatto, perche' in questo mondo anche i nazisti sono diventati dei nonni affettuosi. E' un punto di vista che da un lato sembra oltraggiare il ricordo delle vittime, dall'altro e' un omaggio alla realta' delle cose: il mondo e' questo, profondamente ingiusto.
Rimane l'amaro in bocca, ma la riflessione di Pannone e' uno sguardo lucido su questo amaro...
Ed eccoci al film serale, una produzione europea che niente ha da invidiare al hollywood. Il film e' in tedesco con i sottotitoli in inglese, ed io approfitto di una signora svizzera al mio lato gentilissima che mi traduce i dialoghi piu' significativi. La trama racconta la scalata alla vetta del monte Eiger da parte di due alpinisti bavaresi durante il regime nazista. L'impresa portata a compimento sarebbe stata un fiore all'occhiello, ma purtroppo fallisce miseramente con la morte di tutti i partecipanti. Bisognera' aspettare altri due anni per riuscire nell'impresa. Il film comunque descrive perfettamente le difficolta' nel salire la parete pericolosa e rocciosa di questo monte. Oltre agli strumenti d'epoca (corde di canape, picozze e ramponi), lo scalatore doveva vedersela con continue cadute di slavine, pietre e frane e con cambiamenti climatici repentini e spesso al limite della sopravvivenza. Non bastava la preparazione tecnica e fisica, ci voleva anche la fortuna al proprio fianco. Ed in effetti la scalata di Andreas Hinterstoisser e Toni Kurz non ha fortuna. Entrambi muoiono, ma Toni lo fa nel modo piu' tremendo a due passi dai soccorritori, che non riescono a raggiungerlo per una valanga che impedisce di salire, per sfinimento dopo esser riuscito quasi a scendere con una mano interamente congelata. Una storia vera che ha dentro tutta la tragica ironia del destino contrapposta alla forza umana tanto vantata dai regimi nazifascisti dell'epoca.
E' finita la mia giornata, il mio festival di locarno, e mi avvio verso la macchina in direzione contraria al lago. Non sono riuscito a vederlo oggi, quindi me lo immagino: uno specchio enorme nero, orlato di luci e riflessi. Un po' di malinconia mi avvolge ma poi penso alla gentilezza della signora che si preoccupava che non capissi qualche passaggio chiave del film e mi torna il buon umore.
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