il piccolo e tenace topolino di Vladek Spiegelman


scena del fumetto in ingleseQuante volte arricciamo il naso quando non capiamo il comportamento di una persona, e anche se non pronunciamo un giudizio a voce, questo é ben incasellato ed in mostra sul nostro viso, come un quadro alla parete dei nostri pensieri: è quando una vecchietta che, emanando un olezzo di urina, si tiene stretta la borsa davanti per paura, o quando al supermercato una anziano signore esce con riluttanza e tirchieria le monetine da un borsellino antico che ben sta sopra un como d'antiquariato o quando uno straniero ci mostra con aria indifferente, che traduciamo per strafottenza, la propria condizione di vita vissuta sulla soglia della povertà. Ci curiamo delle nostre sensazione a pelle e raramente pensiamo che ogni vecchietto spesso ha un nipote che fa sorridere con dolcezza e ogni immigrato ha una sorellina, nella propria terra, che incanta con i racconti sul nuovo mondo.

E´raro, ma succede, che si incontra un vecchio un pó burbero che raccoglie i fili di rame dai cavi buttati fra i rifiuti e le pagine bianche di quaderni abbandonati,  sopravvissuti alle elementari di bimbi, ormai ai primi amori. Potrebbe essere che quel vecchio, proprio grazie alla sua tenacia di reputare importante anche il superfluo, sia riuscito a sopravvivere ad Auschwitz. Ed allora il nostro sguardo avrebbe tanti lucciconi ed il disprezzo ci scenderebbe in gola, deglutito con un fumettistico "gulp", assieme al senso di colpa di essere solo sensibili.

Uno di questi vecchi é stato sicuramente Vladek Spiegelman, padre di Art, un fumettista americano che decide di raccontare la vita del padre ebreo, scampato ad Auschwitz. E lo fa con il linguaggio metaforico del fumetto, che riesce a trasformare ogni popolo e nazione in una specie animale.

Cosí gli ebrei diventano topolini, i tedeschi dei gatti, i polacchi dei maiali, i francesi delle rane e gli americani dei cani. Il binomio Topo-Gatto prevale su tutti, ed é un simbolo scontato della debolezza degli ebrei di fronte alla cieca violenza dei nazisti. Non é tuttavia questo linguaggio figurativo quello che mi ha esaltato di Maus (questo è il titolo del fumetto), ma piuttosto la descrizione psicologica del rapporto padre-figlio al di lá delle maschere da topo, che se da un lato semplificano le persone in personaggi a fumetti, dall'altro non impediscono all'autore di connotare le stesse con tutte le sfumature caratteriali possibili, e per questo diventano ulteriore paradigma della semplificazione umana delle razze, che tanta violenza ha generato.

Vladek é un vecchio che alterna profondo amore per il figlio ed un istinto, conservato e mantenuto con rabbia, di sopravvivenza, che loVladek rende vigile, spilorcio, testardo, scrontroso e 
perfino razzista. La nuova moglie non riesce a stargli accanto, perché si sente stretta in un angolo dalle ristrettezze a cui la costringe, ed il figlio non riesce ad instaurare un dialogo con il genitore, perchè troppa é la distanza fra il proprio benessere ed i racconti del padre sulla shoah. Con grande sincerità Art non fa che irritarsi, ogni qualvolta che l'avarezza e la testa dura del padre si contra con l´agiatezza e lo stile consumistico della modernitá. Non riesce ad accettare che proprio il caratteraccio del padre é una delle ragioni della sopravvivenza e all´ultimo della sua stessa nascitá nel dopoguerrà. O forse è la paura di non essere all'altezza del proprio padre e la consapevolezza di non riuscire a sopravvivere ad un nuovo olocausto.

Tuttavia nonostante l'argomento difficile, lo sguardo del lettore è addolcito dall' ironia tipicamente ebraica, cinica ma vitale di Vladek nel raccontare il proprio vissuto al figlio, e il racconto parte da lontano, dalla sua giovinezza in un paese polacco, alle sue prime storie, fino all'amore di una vita, Anja, con cui attraverserà le atrocità del secolo breve fino all'ultimo approdo in america. Anja è la sua spinta a vivere ogni giorno anche il più crudele, e capita spesso di commuoversi per questi topolini, che ridotti a vivere nell'essenziale,  si privano anche di questo pur di stare insieme e di aiutarsi a vicenda.


Essere sopravvissuti ad Mauswitz (=Auschwitz) è forse un evento casuale, come spiega bene il psicologo di Art, in cui non c'è nessuna selezione del più forte o del più abile, solo fortuna, e proprio per questo si rimane sopravvissuti per sempre. Poca cosa è a confronto il risentimento che proviamo a volte per strada per gente di cui non conosciamo il vissuto, forse  per lo più sono solo maleducati, ma forse qualcuno è un sopravvissuto.

Ultima modifica ilLunedì, 03 Dicembre 2018 12:20
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