Il ponte sulla Drina di Ivo Andrić

La bosnia e' storicamente un crocevia di culture, un piccolo medio oriente piu' prossimo e simile a noi occidentali e che ha per questo, come tutti I balcani, solleticato da sempre  la mia curiosita'. Come hanno potuto popolazioni cristiane , ebree e musulmane stare insieme? quali sono le difficolta' che incontrano e che hanno incontrato? Mi sono avvicinato al romanzo piu' famoso di Ivo Andrić proprio perche' ho pensato che niente meglio della letteratura locale puo' raccontare emotivamente e descrivere quello che la storia da sola non riesce  ancora a spiegarci a treccento sessanta gradi. Il ponte sulla Drina e' un opera, un po' autobiografica, di quello che e' stato sicuramente uno dei piu' grandi intellettuali del secolo scorso, a ragione del fatto che l'autore non si e' limitato a essere uno dei padri d'ispirazione mazziniana dello stato bosnisaco, ma ha provato con la letteratura ad analizzare questo crocevia di popolazioni per capire la radice delle loro sofferenza. Per fare questo Andrić ha pescato nel suo vissuto personale, alla sua permanenza a Visegrad, cittadina nei pressi del ponte della drina, protagonista gia' nel titolo del libro, e ha risalito gli anni con studi storici e consultazioni di leggende, archivi popolari per spiegare a se stesso e a noi , suoi lettori, il senso di quest'opera architettonica secolare, il ponte, al di la' dei propri ricordi intimi e circonstaziati temporalmente.

Il Ponte, costruito nel sedicesimo secolo su richiesta di un gran visir ottomano,   e' un simbolo di progresso e di comunicazione fra oriente e occidente, europa e asia, religione cristiana e musulmana,  ricongiungendo in un unico blocco un territorio tagliato in due dal fiume Drina.  Il ponte tuttavia e' una novita', come spesso accade , che viene imposta con la forza, per motivi estranei alla sua funzione di congiunzione. E' nelle intenzioni dell'impero ottomano  l'emblema del suo potere e della sua eccellenza manufatturiera , e come tale viene costruito sotto una brutale supervisione, che impone orari massacranti e paghe miserevoli agli operai cristiani , resi quasi schiavi. I serbi ne ostaggiano la costruzione con atti terrostici, fino a che una nuova gestione illuminata non ne cambia il fine ultimo, ed il ponte si innesta nel territorio come un opera funzionale che la gente usa per I propri commerci e per il proprio diletto, soffermandosi sui balconi del pilastro centrale (la Kapija) per riposarsi un attimo e godere la vista meravigliosa.  Di sera per secoli il ponte diventa il luogo degli innamorati , delle lunghe discussioni fra amici al chiarore della luna e della serenita' dopo una gornata di lavoro. 

Non importa se musulmano o cristiano o ebreo, tutti si ritrovano ad osservare dalla balaustra lo scorrere del fiume e Andrić ne approfitta per scandagliarne gli animi e gli effetti che i grossi cambiamenti geopolitici hanno sulle loro relazioni e sul loro quotidiano. Ogni dominio, sia ottomano o austroungarico, sembra a costo dei sacrifici di una minoranza garantire una pace che permette ai commerci di ripartire, ed alla gente di pianificare il proprio avvenire. E' un tranquillita' effimera che cade come una mannaia sui piu' deboli senza possibilita' di provare compassione, pena il trovarsi nello stesso vortice di ingiustizia.  Il libro si sofferma su storie di personaggi, inventati o presi da leggende, alcuni rimasti nei ricordi della gente per meriti civili e non, altri perche incolpevoli che hanno subito le peggiori sofferenze dal tiranno di turno. Su tutti domina  la storia dell'impalazione di un serbo, colpevole presunto di aver provato a danneggiare la costruzione del ponte, con la descrizione scentifica del metodo. Le sue tribolazioni, esposte in cima al ponte, ne fanno un martire per la popolazione, compresa la parte turca, che comincia a mal sopportare le angherie degli ottomani venuti ad erigere il ponte.

La sottomissione eppure unifica le diverse anime di Visegrad, ma mai quanto le calamita' naturali, tipo le frequenti alluvioni, quando turchi, serbi , bosniaci si trovano insieme a difendersi e a pianificare la ricostruzione. In queste occasioni I tre capi religiosi si rimboccano le maniche insieme e si aiutano a vicenda, creando lunghi legami di amicizia e di stima.   La grande alluvione dovuta all'acqua alta del fiume che ha sommerso tutta Visegrad rimarra un ricordo nei vecchietti, quasi una cosa bella da raccontare ai nipoti, nonostante la devastazione, in ragione del loro rimpianto vigore giovanile.

Leggere questo romanzo significa entrare con una guida d'eccezione in queste terre contese fra religioni e ai margini della storia moderna. Andrić scriveva per insegnare a se stesso e ai propri lettori la storia del suo paese e di questo meraviglioso crogiolo di culture e razze. I protagonisti del suo romanzo sono tutti gli abitanti della regione, senza nessuna esclusione, e questo rende l'autore un intellettuale estremamente moderno, attento alle dinamiche della convivenza e attivo nel  valorizzare le peculiarita della sua terra.

Il romanzo finisce con la distruzione del ponte durante la prima guerra mondiale, vissuto come l'inizio di una interruzione, non solo fisica, di una continuita' iniziata dagli ingegneri Ottomani. Andrić lo aveva forse predetto,  ma non sapeva che quella sarebbe rimasta una ferita aperta nel territorio per anni ancora,  una autentica miccia per le guerre successive fino al massacro di Visegrad dei musulmani serbi proprio nei pressi del ponte.  Al giorno d'oggi la sua analisi e' chiara e ancora attuale: cercare nella storia e nel territorio le ragioni della convivenza e della pace, tornare a guardare al ponte della drina come ad un simbolo dell'unione con fondamenta secolari che nessuna  violenza, per quanto tremenda sempre temporalmente limitata,  non riuscira' mai a erodere  quel ponte che possiamo costruirci nell'anima, semplicemente con Ii pilastri dei ricordi e della storia in comune.

Nel 2007 il ponte di Visegrad e' stato inserito nell'elenco dei Patrimoni dell'umanita' dell'UNESCO. 

Ultima modifica ilGiovedì, 28 Settembre 2017 21:29
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