recensioni film

recensioni film (131)

Il Cliente di Asghar Fahradi

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E' una scusa questo film per chiacchierare su un regista che ammiro tanto. Fahradi e' iraniano e ormai I suoi film hanno fama mondiale, quindi le mie parole non dicono nulla di piu' a quanto ha gia' detto la critica. Sono come un urlo di gioia in piu' in un coro di grida da stadio, ma da tifoso non posso astenermi dal far sentire la mia voce e la mia stima.

Tutti I suoi film partono da un evento che si introduce in un gruppo di persone, che e' spesso una rappresentazione in miniatura della societa Iraniana, e che fa da miccia ad esplosioni di situazioni che obbligano all'introspezione immediata e sofferta, e alla rivelazione dei protagonisti sulla scena e sul mondo.  L'ambito in cui si svolgono le vicende e' ristretto in pochi luoghi perche' alla fine, anche se l'evento ha dei connotati spesso tali da richiedere il supporto di funzioni pubbliche della societa', come la polizia o la politica, Fahradi vuole mantenere un sapore intimista, come se fossimo non davanti ad un grande schermo ma ad un piccolo placoscenico teatrale: non a caso nel "Il Cliente" la trama contiene due storie parallele di cui una svolta direttamente in un  teatro dagli stessi protagonisti, attori di professione. L'ambito teatrale restringe il punto vista del film a quello del pubblico e degli attori permettendo una complicita', una vicinanza fisica, altrimenti persa inerosabilmente. Si e' li immersi nelle luci soffuse di scena accanto agli attorii, e si  vive la storia del film come se fosse la nostra.

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Black Mirror

Lo schermo nero di Black mirror richiama alla mia mente il nero dei romanzi di Chandler, e assomiglia maledettamente anche alle schermate degli iphone in accensione con poche differenze. Sono  due somiglianze non casuali per questa serie TV che punta a demolire I vantaggi della tecnologia moderna in un futuro tanto prossimo a quello nostro, che non sembra un futuro, ma solo qualche giorno avanti al nostro. Ogni episodio parte da due presupposti: uno e' la diffusione di moderni sistemi elettronici ed informatici; l'altro e' l'uso distorto, nero,  che si affianca alla fruizione corretta o meglio piu' pubblicizzata a vantaggio della diffusione della stessa tecnologie, e che  e' possibile perche' la societa' e' malata dentro e non vuole la felicita' dei singoli, anzi coccola le sue idiosincrasie verso le  etnie,  debolezze dei gruppi o dei singoli a suo vantaggio.  Le moderne teconologie diventano un estensione della voglia di potere e di controllo nell' inconsapevolezza delle migliaia di utilizzatori.

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Breaking Bad di Vince Gilligan

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Approfitto di questa recensione di questa magnifica serie per intavolare un ragionamento sulla critica. Nello specifico lo spunto viene da una "share" su Facebook di un post dell'Avvenire sulle moderne serie tv, in cui si collegava l'elevata qualita' di questo nuovo formato con la mancanza di uno share richiesto di pubblico. Le nuove serie puntano  di piu' a fare del proprio brand un marchio da vendere ai provider per arricchire la loro offerta multimediale. Diventano un icona da vendere , in cui non ha piu' importanza la popolarita' in termini di vendite di mercato, ma l'alone di leggenda e l'elevata esclusivita' dei contentuti che possono essere argomento di discussione nel quotidiano tanto da rendere necessaria la visione, o almeno una conoscenza superficiale, altrimenti si e' fuori alla contemporaneita'.  E' un rischio che un giornale come l'Avvenire non puo' permettersi e per questo cita questa splendida serie. Peccato che sbaglia dato che la serie in questione ha avuto numeri impressionanti di ascolto e che dovrebbero accontentarsi di non essere piu' da tempo il giornale di regime del pensiero unico morale ed etico per antonomasia, e di accettare la folla di pensieri unici dell'eta' moderna.

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Non essere cattivo di Claudio Caligari

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Alle volte quando guardo un film, mi chiedo spesso cosa spinge un regista o uno sceneggiatore a impegnarsi anima e corpo a portare una specifica trama e dei precisi personaggi alla ribalta dello schermo. E' difficile  talvolta ricostruire il background degli autori per film internazionali, ma qui in "Non esser cattivo" e' estremamente semplice ed affascinante. Si respira tutto il dibattito culturale del dopoguerra su temi della poverta' e del disagio, mai risolti perche' intrinseci all'esperienza umana della societa'. Senza ripescare il neorealismo italiano, troppo banale come richiamo, mi piace pensare a Zanardi di Andrea Pazienza. il Nasone nella fisionomia del protagonista principale, Cesare, lo ricorda tantissimo, come il suo azzannare la vita, anche se siamo lontani dal vuoto di ideali e di affetto che il fumetto trasmette, ma l'elettricita' e la cattiveria di Cesare e' proprio la stessa. Tuttavia c'e' anche uno sguardo lucido di analisi della realta' retrogada, vissuta dai due amici Cesare e Vittorio, che e' di pasoliniana memoria, che indugia sulle debolezze dei due personaggi, ma che nello stesso tempo ne descrive l'ambito e le ragioni che le determina.

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Fuocoammare di Gianfranco Rosi

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E' un documentario, un reportage discreto e non sensazionalistico dei salvataggi a mare degli immigrati, ed allo stesso tempo un canto dell'isola piu' ambita e sola del vecchio continente. Lampedusa vive nelle canzoni in dialetto, richieste alla radio, per confortare il marito in mare e nelle esperienze del piccolo Samuele, che impara a costruirsi una fionda ed va per la prima volta in barca. 
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La corrispondenza di Giuseppe Tornatore

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L'assenza di una persona e' un improvviso buco nero in piu' fra le stelle della nostra galassia. Quando una persona muore, il nostro sguardo smette di essere infinito e finisce per gravitare attorno a quell'assenza come un satellite. Il film di Tornatore prova con linguaggio astronomico a spiegare ciò che accade quando una persona molto vicino a noi scompare improvvisamente. Non ci riesce completamente, ma ci prova con una trama al limite del barocco e bisogna  dagli atto che sembra appagarci in alcuni istanti, dopo i quali tuttavia si torna a volteggiare fra le tante acrobazie di una sceneggiatura comunque coraggiosa. la prima parte e' affascinante: una donna ha una relazione a distanza con il suo professore di astronomia che scompare improvvisamente nonostante le lettere e i continui messaggi. L'accaduto getta lo spettatore in uno stato di ansia, attesa e curiosità che il regista sa manovrare perfettamente, creando tutte le premesse di un thriller.

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Taxi Teheran di Jafar Panahi

Se ad un certo punto della vostra vita, dopo con tanti sacrifici personali e non , che vi hanno portato all'apice della vostra carriera lavorativa,  vi fosse vietato di esercitare la vostra professione, come reagireste? Rabbia, voglia di rompere cose, o di imprecare o di ubriacarvi per dimenticare? Niente di tutto questo sembra balenato nella mente di Jafar Panahi, regista di successo, stimato in tutto il mondo per film splendidi come "Il palloncino bianco" o "oro rosso", condannato il 20 dicembre 2010 a 6 anni di reclusione e al divieto di dirigere, scrivere e produrre film, viaggiare e rilasciare interviste sia all'estero che in iran per 20 anni. Almeno nel documentario, girato clandestinamente dallo stesso, l'unico sentimento che traspare chiaro e' la sua serenita' che si esplica in un sorriso amabile, mai amaro. Il nostro autore decide di mettersi alla guida di un taxi e filmare le scene di vita che gli accadono dentro senza nessuna presa di posizione, cosi come comandatogli dal tribunale, ma solo applicando uno sguardo amabile ed innamorato dell'umanita' che gli gira attorno. 

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Amour di Michael Haneke

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scenaLa vecchiaia, e soprattutto la sua decadenza, é il piú delle volte considerato un fatto privato che nessuno vorrebbe spiattellato in televisione o al cinema o peggio in un reality. A godere la saggezza delle rughe dovrebbero essere, nel sentire comune, solo i nipoti, i parenti diretti e gli amici piú stretti, perché alla sapienza della vita si accompagna il bisogno di cure e lo sfaldarsi del corpo, di cui comprensibilmente si ha vergogna.

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Tatanka di Giuseppe Gagliardi

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Ho fatto un pò di fatica ad accorgermi di questo titolo, forse perchè incosciamente faccio orecchie di mercante quando percepisco tematiche sulle difficoltà del meridione. Forse un pò di semplice stanchezza, che ha il sapore della rassegnazione; eppure sono bastati i primi dieci minuti del film, in cui si fa un analisi sociale di come degli adolescenti possono essere da un lato braccati dalla criminalità dall' altro tenuti a vista e con disprezzo dalla polizia locale. E' una riflessione accompagnata da una sceneggiatura schietta che predlige le sensazioni a volto ed una luce buia che ha poco a che fare con il sud Italia. Il mare è presente con le sue onde sul bagnasciuga, come un musicista che suona non per la platea ma per se stesso.

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Almanya - La mia famiglia va in Germania di Yasemin Samdereli

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nipote e nonnoI confronti generazionali attraggono sempe la mia attenzione, più adesso di quando ero adolescente. Forse perchè allora ero meno obiettivo e non riuscivo a immedesimarmi nella figura di un genitore, ed adesso basta un film, come questo incentrato sia sulla vita attuale che passata di un nonno, a commuovermi. La storia è narrata su due piani: il primo è la quotidianeità dell'emigrato turco Hüseyin Yilmaz, vista dagli occhi dei figli e dei nipoti ormai assuefatti al benessere della nuova patria; il secondo è il racconto della giovinezza del nonno, delle sue ragioni per immigrare dall' anatalia, fino alla sua decisione autoritaria di spostare tutta la famiglia in Germania. Questi due livelli di narrazione se da un lato sono legati, ed hanno una continuità nel carattere tenace e all'apparenza autoritario del protagonista, dall'altro sono spezzati dal suo desiderio di diventare tedesco nella giovinezza e in contrapposizione dalla sua voglia di ritornare turco nell' anzianità, e sempre in controtendenza aai desideri della moglie ed della famiglia.

Per questo Hüseyin Yilmaz mi fa tenerezza, perchè nonostante non sia capito dai suoi stessi cari, si erige come un faro per la famiglia,

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