Tentava la vostra mano la tastiera di Eugenio Montale

Tentava la vostra mano la tastiera di Eugenio Montale

Tentava la vostra mano la tastiera,

i vostri occhi leggevano sul foglio

gl'impossibili segni; e franto era

ogni accordo come una voce di cordoglio.

 

Compresi che tutto intorno, s'inteneriva

in vedervi inceppata inerme ignara

del linguaggio più vostro: ne bruiva

oltre i vetri socchiusi la marina chiara.

 

Passò nel riquadro azzurro una fugace danza

di farfalle; una fronda si scrollò al sole.

Nessuna cosa prossima trova le sue parole,

ed era mia, era nostra, la vostra dolce ignoranza

di Eugenio Montale

 


Montale sembra esaltare, in questa poesia, il tentennamento della sapienza, del genio, quando non trova le parole per spiegare se stesso e le ragioni di un’idea. Ma fa anche qualcosa di più.

Tutto ciò che ci circonda non si intenerisce davanti a un semplice pensiero contrario, capace di bloccare la parola e insinuare un dubbio nel discorso di un oratore formidabile; né davanti all’indecisione di un virtuoso del piano che non riesce a improvvisare e a tradurre in suono questo o quel sentimento. Si intenerisce, piuttosto, davanti a un momento di buio, di panico, di rottura del discernimento, senza una via d’uscita immediata.

È l’ignoranza il sentimento più genuino, quello che incanta di più: la manifestazione più autentica del buio nelle nostre teste. Se questo buio non trova il suo incasellamento e la sua funzione nell’esplosione di un’intuizione, ogni scoperta scientifica ed emotiva rischia di diventare vana. È l’ammettere che il buio esista dentro la luce a far volare le farfalle e a far scrollare una fronda nel sole.

Come la melodia di un musicista è fatta di suoni e di silenzi, anche il metodo scientifico vive di fallimenti ed errori clamorosi per raggiungere vette di verità. Le cime raggiunte dal nostro pensiero sono circondate dal nulla, da un’aria rarefatta e forse mai respirata da nessuno. Rappresentano un momento di gioia, perché rendersi conto del nulla intorno, della solitudine, significa anche aver raggiunto qualcosa con le proprie forze.

È allora che ci accorgiamo dell’ignoranza che ci circonda. Ne restiamo impauriti, ma proprio in quello smarrimento le persone intorno si inteneriscono, perché riconoscono l’altezza raggiunta e forse conoscono anche loro le sensazioni di panico che ne derivano.

La natura forse ci preferisce in questi momenti di smarrimento: come quando nasciamo e, ciechi, usciamo dal ventre materno affrontando il nulla intorno, senza sapere che, di lì a poco, incontreremo per la prima volta l’abbraccio della madre. Ogni volta che sbagliamo, che non troviamo le parole e perdiamo per qualche istante il nostro linguaggio  è come rinascere, noi piangiamo dentro, ma fuori ci aspetta una madre natura compiacente.