La vecchiaia, e soprattutto la sua decadenza, é il piú delle volte considerato un fatto privato che nessuno vorrebbe spiattellato in televisione o al cinema o peggio in un reality. A godere la saggezza delle rughe dovrebbero essere, nel sentire comune, solo i nipoti, i parenti diretti e gli amici piú stretti, perché alla sapienza della vita si accompagna il bisogno di cure e lo sfaldarsi del corpo, di cui comprensibilmente si ha vergogna.
Ho fatto un pò di fatica ad accorgermi di questo titolo, forse perchè incosciamente faccio orecchie di mercante quando percepisco tematiche sulle difficoltà del meridione. Forse un pò di semplice stanchezza, che ha il sapore della rassegnazione; eppure sono bastati i primi dieci minuti del film, in cui si fa un analisi sociale di come degli adolescenti possono essere da un lato braccati dalla criminalità dall' altro tenuti a vista e con disprezzo dalla polizia locale. E' una riflessione accompagnata da una sceneggiatura schietta che predlige le sensazioni a volto ed una luce buia che ha poco a che fare con il sud Italia. Il mare è presente con le sue onde sul bagnasciuga, come un musicista che suona non per la platea ma per se stesso.
I confronti generazionali attraggono sempe la mia attenzione, più adesso di quando ero adolescente. Forse perchè allora ero meno obiettivo e non riuscivo a immedesimarmi nella figura di un genitore, ed adesso basta un film, come questo incentrato sia sulla vita attuale che passata di un nonno, a commuovermi. La storia è narrata su due piani: il primo è la quotidianeità dell'emigrato turco Hüseyin Yilmaz, vista dagli occhi dei figli e dei nipoti ormai assuefatti al benessere della nuova patria; il secondo è il racconto della giovinezza del nonno, delle sue ragioni per immigrare dall' anatalia, fino alla sua decisione autoritaria di spostare tutta la famiglia in Germania. Questi due livelli di narrazione se da un lato sono legati, ed hanno una continuità nel carattere tenace e all'apparenza autoritario del protagonista, dall'altro sono spezzati dal suo desiderio di diventare tedesco nella giovinezza e in contrapposizione dalla sua voglia di ritornare turco nell' anzianità, e sempre in controtendenza aai desideri della moglie ed della famiglia.
Per questo Hüseyin Yilmaz mi fa tenerezza, perchè nonostante non sia capito dai suoi stessi cari, si erige come un faro per la famiglia,
Lo sguardo da "sanbernardo" triste e ironico di Mastandrea è perfettamente incasellato nello splendido personaggio di Guido. Scrittore di piccole storie oniriche, in cui personaggi tristi trovano un attimo di felicità, grazie alle "capriole della tristezza", Guido non riesce a trovare, come nei suoi racconti, le stesse emozioni che rivalutano i suoi personaggi dal loro quotidiano grigiore. Così non a caso decide di imparare a nuotare, perchè un pò sott'acqua, mentre nuota, trova un mondo simile a quello della sua fantasia, un mondo dove solo il suo pensiero e la sua fantasia hanno voce.
Jafar Panhai é stato arrestato dagli agenti della sicurezza, in iran, perché accusato di lavorare ad un film contro il regime e di fare propaganda politica. Quindi ho deciso di procurarmi qualche suo film, incuriosito proprio dalle paure della polizia iraniana, e non sono rimasto deluso; anzi potrei dire che la polizia iraniana é controvoglia un ottimo critico cinematografico! Infatti il loro consiglio é stato quanto mai azzeccato.
"Il pallloncino bianco" é il debutto cinematografico di Panhai dopo aver fatto da assistente al piú noto regista iraniano, Kiarostami, e rappresenta una favola splendidamente raccontata con gusto e delicatezza.
Peccato guardare la locandina di questo film prima di vederlo, perchè la scena che più tocca nel profondo è proprio quella raffigurata. Per me è stato come un balzo al cuore al ritmo del tamburo, e forse la chiave di questa sensazione è proprio il non aspettarmi questa scena: un uomo impettito, seduto in metro, che comincia a suonare il tamburo lasciandosi andare completamente e dimenandosi come in una danza tribale.
Parlare di Miyazaki non è come parlare di un semplice regista di cartoon, perchè lui è capace di creare un mondo diverso dal nostro, sicuramente più bello, dove quello che rimane in fondo all'anima sono come le sensazioni di un bambino di fronte ad un sconosciuto e magnifico paesaggio, dove tutto ma proprio tutto puó succedere.
Cosa può provare un bambino se non meraviglia, un pò di paura ma che è poi stimolo per continuare a perlustrare il nuovo mondo che ci si apre attorno. Gli adulti, come anche gli oggetti o i luoghi familiari, diventano come le gambe del papa su cui ti lanci e ti aggrappi quando non vuoi che il mondo ti tocchi, perchè per quanto bello proprio non lo capisci.
Ogni luce di interni, ogni albore del cielo, che splende durante questo film, è soffuso ed intenso. Trasmette qualcosa che però non si legge nello sguardo del protagonista, anzi è in aperto conflitto con la sua solitudine e la suo viso spento alla ricerca di qualcosa che lo infiammi.
La solitudine dei personaggi di Kaurismaki in passato mi ha quasi irritato ma qui questa condizione umana si sublima, e proprio nel contrasto con il colore accesso della pellicola, che sembra ricordarci il nostro bisogno di calore, si fa lirica e si rimane come incantati ad ogni scena.
Scrivere la recensione di un film in italiano da un paese straniero, dove mi trovo, é un po come essere imprigionato dentro uno scafandro e mandare una bottiglia con un messaggio di aiuto, nella speranza che qualcuno nella terra ferma (in italia) lo legga. Se fossi il protagonista del film la bottiglia si sarebbe trasformata in una farfalla, avrebbe spiccato il volo verso la mia bella trinacria, ma la fantasia non mi manca e quindi che male c´é ad immaginare che veramente questa pagina web voli fino a posarsi sulla spalla del "malcapitato" lettore?

Il film di Chang-dong e' uno di quelli che ti sedimenta dentro l'anima e ti torna in mente ogni volta che ci si rilassa e si pensa. I protagonisti di questo splendido lungometraggio sono due persone "fastidiose": lui, Jong-du, e' un giovane un po' svitato, ma affettuoso e dispettoso come un bimbo, lei, Han Gong-ju, e' una giovane disabile, incapace di muoversi e di esprimersi in modo "normale". Entrambi vivono ai margini della societa' e vengono usati senza scrupoli per poi essere allontanati quando non servono; Jong-du e' uscito appena dal carcere dopo aver investito un uomo, ma si scopre che era il fratello capofamiglia ad aver commesso il fatto; Han Gong-ju viene ogni tanto usata dal fratello opportunista per avere aiuti dallo stato per poi essere relegata in un misero appartamento nella solitudine.

Quando si comincia a guardare questo film di Leigh, ci si arrabbia e si prova un senso di disgusto forte per i protagonisti, ognuno sembra un rifiuto di una ipotetica ed insalvabile pattumiera umana: nessuno è bello, nessuno è ricco, nessuno è felice. Eppure mentre le immagini si evolvono nello schermo ci si affeziona a quel concentrato di debolezze e meschinità. Si comincia a trovare delle similitudine con la nostra vita quotidiana e sopratutto si scopre, ma mai del tutto, il gioco delle cause-effetto di tale ritratta infelicità.
A Teheran, come in qualsiasi terra massacrata dalle ideologie e dalle poverta', purtroppo i sogni di una bambina, nel nostro caso la protagonista d'inizio film, possono avere doppi livelli di lettura. Di sicuro il piu' superficiale e' la fantasia che trasforma in enormi pupazzi (Dio, Marx, il dittatore di turno...) i protagonisti della nostro pensiero religioso e filosofico e del nostro tempo: enormi peluches simpatici che non possono che meravigliarsi, un po' inebetiti, di fronte alle tragedie dell'uomo filtrate dai sogni di una bambina ad occhi aperti.